Il Carnevale dei Popoli 2012: significati e rappresentazioni dei protagonisti delle azioni spettacoalri

estratto di un articolo per il corso in Sociologia della Cultura dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. 
L’originale e la bibliografia si trovano qui

Nel febbraio del 2012, in occasione del Carnevale Ambrosiano, la Giunta del Comune di Milano ha emesso un bando per l’organizzazione della tradizionale festa nelle piazze centrali della città, connotando la richiesta di proposte come “Carnevale dei Popoli” e richiedendo il coinvolgimento delle associazioni di cittadini di origine straniera presenti a Milano. La scelta di strutturare il bando in questo modo si colloca all’interno di una serie di iniziative che la Giunta ha messo in atto per incentivare la partecipazione attiva delle associazioni che riuniscono le persone di origine straniera. Infatti, tra i vari motivi che escludono la loro partecipazione alla vita sociale della città, vi sono barriere di tipo culturale che li allontano sia dai luoghi decisionali che dai luoghi della festa. In questo senso, l’Assessorato alla Cultura ha istituito un Forum con i rappresentanti delle associazioni che vuole essere un canale privilegiato per interloquire nella costruzione delle politiche della città e, come in questo caso, delle iniziative e degli eventi che caratterizzano il Comune. Parliamo dunque di cittadini di origine straniera che hanno già svolto buona parte del loro percorso di inserimento nelle dinamiche culturali della città e che si configurano in alcuni casi come veri e propri rappresentanti politici.
Il progetto che ha vinto il bando per il Carnevale dei Popoli è stato presentato da Arci Milano, che si è fatto promotore della rete di associazioni che hanno animato durante la giornata del 25 febbraio le 7 piazze centrali che il Comune aveva individuato per gli spettacoli e le rappresentazioni. Con la costruzione di questo evento, Arci Milano voleva anche dare un segnale del proprio modo di intendere l’incontro con le culture e il lavoro con le associazioni di origine straniera; questo, insieme alla volontà politica della Giunta, costituiscono due elementi importanti per l’analisi dell’impostazione che è stata data alla struttura del programma dei festeggiamenti. […]

Il Carnevale è una festa che risulta essere ancora molto partecipata in diverse città, e a Milano, con la sua specifica di “Ambrosiano”, collocato 4 giorni dopo il resto di Italia, assume un significato particolare. È un momento in cui i cittadini milanesi si ritrovano nella vie centrali e nelle piazze principali dei vari quartieri, un momento in cui farsi vedere e instaurare relazioni per lo più casuali e di breve durata, in particolare i bambini, costituisce un modo per strutturare un senso di vicinato, inteso come le forme sociali che costituiscono una comunità caratterizzata dalla concretezza e dal potenziale di riproduzione sociale in un contesto di località (Appadurai, 1996). Soprattutto per le famiglie con figli che colgono l’occasione per mascherarsi, partecipare alla festa praticando le proprie relazioni di vicinato è un atto quasi imprescindibile. Il Carnevale infatti viene percepito come una festa ben diversa da quelle in cui tradizionalmente ci si ritrova con la famiglia, poiché assume significato nel momento in cui viene condiviso con persone solitamente estranee. Vi è dunque un aspetto importante legato alla propria rappresentazione di sé, inteso nell’uso di Goffman, che come vedremo si è rivelato rilevante anche per gli attori delle performance del Carnevale dei Popoli. […]

L’impostazione che era suggerita nel bando del Comune ed è stata data da Arci Milano voleva richiamare gli elementi delle feste tradizionali dei vari popoli del mondo. Da parte del Comune è stato espresso il desiderio che ci si riferisse soprattutto a feste simili al Carnevale, ma la realtà delle feste tradizionali del mondo rivela la particolarità di una festa come il Carnevale, con ben poche situazioni confrontabili e quasi tutte a loro volta importate da un paese europeo. La mancanza di una rappresentazione condivisa sul senso del Carnevale stesso e questa difficoltà di trovare un riferimento con le festività della propria cultura ha generato alcuni equivoci in fase di selezione dello spettacolo da realizzare. Come spiega D., ballerino togolese: “Quando mi hanno chiesto di fare uno spettacolo per il Carnevale ho pensato a portare la gioia, ho pensato ai ballerini, alla samba, ai colori, e quindi ho preparato una danza che esprimesse la gioia e l’energia”. In ogni caso questo tentativo di cercare feste similari rappresentava un equivoco a monte, impossibile da risolvere: in molte culture non esiste alcuna festa paragonabile al Carnevale, il che ha obbligato chi ha scelto di avere questa impostazione ad utilizzare rappresentazioni spettacolari che provengono da riti in alcuni casi molto distanti come contesto e significato nella loro cultura di origine. Il più delle volte il criterio era legato alla forma spettacolare che il rito assume: un ballo di piazza, un corteo, l’utilizzo di costumi e maschere, sono stati tutti elementi che hanno connotato le performance che hanno costituito il Carnevale dei Popoli. […]

La situazione dunque vedeva in un contesto già di per sé rituale la compresenza di azioni spettacolari e pratiche provenienti da diversi rituali con i loro potenziali carichi di significati, per fare qualche esempio danze dal Voodoo africano e dalla Santeria cubana, la Diablada dal Carnival de Oruro sudamericano, le danze e i canti dell’Esala Perahera cingalese e altri ancora. È evidente come una situazione di questo tipo sia soggetta ad una naturale composizione polifonica, ma anche potenzialmente polisemica. Attori che normalmente hanno praticato questi riti nei loro contesti originari, attribuendogli i significati che tradizionalmente ricoprono, si sono ritrovati a svolgere la propria azione spettacolare in un contesto completamente avulso, avendo anzi l’imposizione di una cornice definita dal significato che la collettività attribuisce alla festività e una precisa volontà da parte di chi aveva promosso la manifestazione. Il rischio più grosso era rappresentato dalla riduzione delle performance a puri aspetti folkloristici, sia da parte degli spettatori che da parte degli attori, rischio incrementato proprio dalla percezione del Carnevale come luogo della festa in maschera, e dunque del travisamento e dello scherzo. Per quanto non si possa negare che l’aspetto spettacolare fosse una componente importante, in alcuni casi dominante, dall’altra parte nella molteplicità dei significati attribuiti vi si poteva individuare certamente un significato che ha accomunato gli attori dato dal compiere queste azioni tipiche della propria cultura di origine nelle piazze centrali della propria città di residenza: “Per noi è una cosa bella poter fare questi spettacoli nel centro di Milano, ci fa sentire più milanesi, perché noi siamo milanesi, no? Ci teniamo alla nostra cultura, alla nostra lingua, ma siamo italiani, milanesi, i nostri figli sono nati qui e studiano qui, imparano sia il bengoli che l’italiano” (M., dirigente associazione dei cittadini del Bangladesh). Da questo punto di vista è interessante considerare i tipi di discorso attorno a identità e differenze culturali individuati da Quassoli (2006) che evidenziano i limiti che possiede anche una visione political correctness o eccessivamente ed ingenuamente entusiastica nei confronti delle società multiculturali. La partecipazione attiva delle associazioni nella fase ideativa e costruttiva del Carnevale dei Popoli ha reso l’evento importante soprattutto per i cosiddetti nuovi cittadini che tramite ciò hanno sentito maggiormente la propria col alla struttura sociale. Non si è trattato in questo caso di organizzare qualcosa “per gli immigrati” o “per parlare degli immigrati”, ma di dare la possibilità di confermare la propria cittadinanza attiva e di costruire quei legami sociali che determinano poi la piena appartenenza al tessuto sociale della città. […]

Il Carnevale dei Popoli può dunque essere visto come un rituale civile per l’elaborazione del confine di un vicinato (Appadurai 1996) che si collocherebbe come località in tutto il territorio della città di Milano e probabilmente anche della sua area metropolitana. In questo senso, la scelta di promuovere un Carnevale strutturato in questa maniera e di rappresentare questo tipo di idea delle relazioni tra le culture può essere interpretato come un rito fondativo delle relazioni di potere della nuova Giunta, che nel primo anno del proprio mandato ha la necessità di compiere atti che definiscano e alimentino la propria idea di città. La prospettiva del ribaltamento sociale che il Carnevale si porta dietro non viene dunque utilizzata contro il potere, ma è il potere stesso che la fa propria per sostituirsi agli immaginari precedenti, evidenziando però in questo modo l’aspetto di particolarità ed eccezionalità della partecipazione attiva dei cittadini di origine straniera che dovrebbe invece poter costituire la quotidianità di una città come Milano. Quello che emerge dallevoci dei rappresentanti delle associazioni e dagli attori delle azioni spettacolari è l’importanza di elementi simbolici per la costruzione della loro identità di appartenenza che si definisce rispetto alla propria condizione di cittadino, la quale diventa tale solo nel momento in cui sono legittimati gli spazi di partecipazione e il riconoscimento da parte degli altri cittadini. Il Carnevale dei Popoli per loro ha dunque rappresentato in questo senso un’esperienza importante nella definizione di senso che rapporta la propria condizione con quelli degli appartenenti a pieno titolo alla struttura sociale della città, nella continua di ricerca di essere considerati come membri competenti di un campo culturale che vogliono contribuire a sviluppare.

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Musica nel sangue

pubblicato su Arie d’Afrike – inserto di COME n. 392/393 maggio 2012

La ricerca e insegnamento della danza africana a Milano. Incontro con Dotcha e Lazare Ohandja.

Dotcha è ballerino, coreografo, maestro di danza tradizionale. Nato in Togo, diplomato artista danzatore dal Ministero della Cultura, diventa direttore artistico del Centro delle Arti Nyatepe. Arriva in Italia 7 anni fa con una tournée in numerose città e 5 anni dopo fonda l’associazione Assileassime, che promuove la cultura e la danza africana in Italia e sostiene la produzione degli artisti e artigiani del Centro Artistico in Togo, favorendo l’inserimento dei bambini più poveri.

Lazare Ohandja è danzatore e coreografo di afrocontemporaneo. Nato in Camerun, vive da 6 anni a Milano. In Camerun ha lavorato con la compagnia Phenix, partecipando a festival e manifestazioni artistiche in molti paesi del mondo. In Italia ha dato vita a una nuova compagnia, Mo’o me ndama, che in lingua bantù a braccia aperte, che organizza corsi, stage, laboratori e si occupa di cooperazione principalmente in favore dei bambini e dei ragazzi di strada.

Come hai cominciato a ballare?

Dotcha: La danza per me è una cosa di famiglia, molti membri suonano, ballano, sono artisti completi. C’è la musica a casa mia, è proprio nel sangue. Io ho imparato da diversi maestri, che frequento tutt’ora. All’inizio facevo hip hop, avevo gruppo quando ero piccolo. Mia nonna mi aveva trovato un lavoro, ma con la danza non avevo tempo, dovevo fare spettacoli in giro. Non ci guadagnavo ma lo facevo ma per la gioia mia e del nostro pubblico. A 15 anni andavamo in giro per il Togo con il nostro gruppo CB4 a fare delle esibizioni in cui ballavamo hip hop misto con la danza tradizionale, fino al 1999 quando abbiamo abbiamo creato un gruppo per promuovere queste danze in particolare. Le danze tradizionali le ho imparate al mio villaggio, dove ogni sera c’era un diverso ballerino con la sua tradizione che arrivavano a sorpresa, e questi maestri ci hanno insegnato le danze dei loro paesi, dal Togo, fino al Benin e al Ghana, al Burkina Faso, dal Sud fino al Nord.

Lazare: Avevo circa 14-15 anni quando ho iniziato a frequentare un centro dove c’era un coreografo che si era messo al servizio degli altri per insegnare gratuitamente ai ragazzi di strada e non. Sono andato lì per imparare e anche per condividere quello che conoscevo. Ogni mattina dovevo attraversare a piedi tutta la città per raggiungere il centro che era in un quartiere dalla parte opposta da dove abitavo. Ho studiato le danze tipiche delle 10 provincie del Camerun. Ciascuna provincia ha aspetti culturali peculiari, con la loro danza, la loro musica, il loro teatro, la loro pittura, eccetera, che vengono rappresentati da diversi artisti che si mettono insieme, e da cui ho potuto conoscere queste danze. Al centro ho imparato anche la differenza tra la danza tradizionale e la danza contemporanea e a partire da questi studi ho creato il mio stile che è afrocontemporaneo.

Come costruisci una coreografia?

Dotcha: La coreografia può essere tradizionale oppure una creazione originale del maestro. Nelle coreografie tradizionali ogni movimento è ben preciso e ha il suo significato particolare, racconta una cosa. Adesso sto lavorando per la prima volta su una coreografia originale che metta insieme movimenti di diverse danze tradizionali. Parto da una serie di danze separate che durano 5-10 minuti e creo una coreografia di un’ora e mezza. In questo lavoro sto inserendo anche elementi che provengono da altre danze, dalla pizzica, dall’hip hop, dalla danza del ventre, eccetera. Mi ispiro anche a quello che vedo tutti i giorni, sempre mantenendo come riferimento lo stile tradizionale. Nella fase di creazione è fondamentale l’intesa con il musicista, altrimenti non c’è creazione. A volte seguo il ritmo e creo il movimento, a volte è il musicista che segue il movimento e crea il ritmo, se ritmo e danza vanno bene insieme, sarà perfetto. Quando sono tornato in Togo ho insegnato questa creazione che sto elaborando ai ragazzi che aiuto a diventare ballerini. Devo lasciare tutto ciò che creo a loro perché sarà prezioso, loro possono usarlo. In Italia posso avere una creazione che un giorno sparisce, perché non so a chi insegnarla, mentre se l’ho trasmessa ai ragazzi in Togo, so che è ancora lì.

Lazare: La danza contemporanea per me è uno stile dove tutti si possono ritrovare, che tutti riescono a leggere, a riconoscere, ad identificarsi, non una cosa solo per un Paese o una persona.
Nello stile afrocontemporaneo che ho creato ci sono le mie radici di danze africana, c’è il mio passaggio tra l’Europa e l’Africa, ci sono i viaggi e le conoscenze di altri coreografi e dei loro modi di ballare. Afro perché io sono camerunese e contemporaneo è la situazione, il posto in cui sono e la gente per cui danzo. Oltre alle mie origini, la mia scrittura coreografica è basata sulla ricerca e sulla contaminazione. Le sfumature delle diverse culture dei ballerini di tutto il mondo che coinvolgo arricchiscono il mio modo di pensare e danno una visione ampia. Così la danza non è più solo la cosa di Lazare, di un camerunese, diviene un’identità nuova. Le mie fonti di ispirazioni sono le persone che frequento, la gente che vedo in strada. Lo sguardo, i gesti, l’espressione, la determinazione, il modo di fare, sono cose che vanno oltre l’origine di una persona e che uso come materiale per la mia scrittura. Inoltre mi ispiro anche ad altre danze come l’hip hop, contact improvisation, la danza tradizionale africana e teatro africano. Credo che la gente comune attualmente abbia bisogno di qualcosa di nuovo, di una danza vera, di un ballerino che si esprime, che dà l’emozione. Per me è importante il rapporto con il pubblico, lo spettatore quando comincia lo spettacolo deve essere attaccato alla sedia e non staccare gli occhi, non deve riuscire a guardare l’orologio. Quando io mi muovo lui deve muoversi con me, il pubblico deve viaggiare con me, dall’inizio dello spettacolo fino alla fine, arrivando al punto che se io piango il pubblico deve riuscire a piangere. Io devo entrare e loro devono aprire delle porte e farsi coinvolgere nel mio viaggio, nel mio racconto, diventano me e io divento loro.

Come ti trovi ad insegnare queste danze agli europei?

Dotcha: Con me anche uno che non sa niente si può avvicinare alle danze africane, io sono abituato anche dall’Africa ad insegnare a persone che non sanno ballare per nulla perché non tutti gli africani sanno ballare. Io sono contento se tu arrivi che non sai niente e alla fine ti ho trasformato in un ballerino. All’inizio pensavo che sarebbe stato diverso, ma poi ho scoperto che non c’è differenza tra insegnare ad un europeo o a un togolese, ci sono europei adesso che ballano più degli africani, se trovano un bravo insegnante, perché si può insegnare a ballare a tutti, africani e non. L’unica differenza è che in Europa molti ballano per divertimento e perché fa bene, mentre in Togo i miei allievi vogliono diventare ballerini professionisti, ma l’insegnamento per me è uguale.

Lazare: Quello che insegno dipende dai corsi, a volte ci sono persone che vengono per una sorta di terapia settimanale, altre volte sono persone che non trovano spazio in altre compagnie contemporanee, perché magari non sono conformi a certi canoni, ad esempio fisici. Io sono interessato a lavorare con tutte le persone che hanno energia e determinazione e che possono dare molto sul palco, più che con un ballerino che fa dei salti perfetti. La danza non è solo magro, muscoloso ed elegante, la danza è anche l’espressione, lo sguardo e la positività, il modo di essere, è la presenza fisica. Una persona può scegliere se cominciare imparando le danze tradizionali, l’afrocontemporaneo, il contact improvisation o il teatro danza. Insegno secondo la ricchezza della persona, è ovvio che se uno vuole imparare a fare uno spettacolo e vuole diventare bravo l’impegno è diverso. Chiunque voglia può imparare il mio stile perché per me è aperto a tutti. Dipende cosa vuole imparare chi viene a ballare.

Qual è un aspetto particolare del tuo lavoro?

Dotcha: Quando balli tu non pensi a niente. Se devi fare danza 2 ore non pensi ai tuoi problemi, stai bene, sei libero. Io quando ballo non vedo nessuno. Con la danza puoi andare in tantissimi posti che non ti immagini neanche.

Lazare: Il modo in cui lavoro permette di conoscersi e di capire le culture di altri, capire cosa gli altri fanno, vivere un pezzo di cultura dell’altro. Tu puoi avere una cosa in più che tu non avevi, arricchirti, e scoprire delle cose che non ti aspettavi.


Via Audio Via Bellezza

L’ultimo venerdì di ottobre ha preso il via all’Arci Bellezza la rassegna “Via Audio Via Bellezza”. L’iniziativa è frutto di una importante collaborazione tra il circolo Arci Bellezza e Via Audio, associazione e etichetta indipendente che ha già organizzato diverse serate nei nostri circoli (Magnolia, Casa 139) e cura la direzione artistica dell’Arci Tambourine di Seregno.

La rassegna porterà nei prossimi mesi sul palco del Bellezza alcuni nomi importanti della musica italiana come Alberto Camerini, Enrico Gabrielli, Micol Martinez e Fabrizio Coppola, che con il suo concerto ha aperto “Via Audio Via Bellezza” nel weekend di fine ottobre.

Questa collaborazione mette insieme le risorse di un circolo storico come il Bellezza con le energie dei ragazzi di Via Audio che da diversi anni si impegnano nel mondo della musica, soprattutto nel territorio della Brianza, da sia dal punto di vista live che di produzione di artisti emergenti.

L’Arci Bellezza si può arricchire così in maniera stabile di esperienze che fino adesso l’avevano sfiorata solo di passaggio, come accadde con un profetico concerto de Le Luci della Centrale Elettrica organizzato dal Magnolia. Per Via Audio è invece l’occasione di avere una casa anche a Milano dove poter fare conoscere nuovi musicisti e portare alcune eccellenze della musica italiana sulla piazza della metropoli.

Molto interessante è l’atmosfera che si crea nello storico Salone del circolo, grazie a questa collaborazione che lo riempie delle note della contemporaneità.


Risi e Sorrisi alla Cascina Basmetto

pubblicato su Arci Report Milano n.10 anno IV ottobre 2011

Più di 200 persone hanno partecipato sabato 24 settembre all’iniziativa “Risi e SorRisi del Mondo alla Cascina Basmetto”, organizzata nell’ambito di Cascine Aperte 2011 da Arci Bellezza, Azienda Agricola Basmetto, Comitato Basmetto e Associazione Parco delle Risaie. La giornata prevedeva 30 cascine coinvolte ed era coordinata dal Comitato Cascine 2015 e Arci Milano in collaborazione con Esterni, re.rurban e Radio Popolare.

Alla Cascina Basmetto il pomeriggio è iniziato alle 16 con le attività di animazione per i bambini a cura dell’associazione Sinafrica: i suoi musicisti hanno fatto sperimentare le percussioni e i ritmi del Senegal. Tutti i bambini hanno potuto recuperare le energie con un ottimo riso latte preparato dai cuochi dell’Arci Bellezza.
Nel frattempo, Maria Grazia Papetti, dell’Azienda Agricola Basmetto, conduceva i partecipanti lungo le risaie della cascina alla scoperta del ciclo di produzione del riso.

Il pomeriggio è proseguito con la presentazione del Parco delle Risaie ed un dibattito sulle prospettive del sistema cascine in vista dell’Expo 2015, al quale sono intervenuti Paolo Lembi, presidente del Comitato Cascine 2015, Riccardo Castellanza e Gioia Gibelli dell’associazione Parco delle Risaie, Massimiliano Gaspari, presidente dell’Arci Bellezza. Attraverso i meccanismi dell’urbanistica partecipata i cittadini hanno avuto la possibilità di dare il proprio contributo sviluppando idee per valorizzare il territorio e le cascine presenti nel contesto urbano.

Alle 19 tutti i partecipanti hanno potuto degustare diversi piatti a base di riso: il pesce e la carne alla senegalese, il riso alla cantonese alla moda ecuadoriana, gli arancini a rappresentare la cucina italiana, il tutto accompagnato da vino rosso e una bevanda senegalese allo zenzero. L’imbrunire nell’aia della Cascina ha creato la giusta atmosfera per le musiche e i balli senegalesi proposti dagli artisti di Sinafrica, che hanno avuto il merito di coinvolgere tutto il pubblico in una danza collettiva che ha concluso con entusiasmo la serata


La Letteratura Migrante e la rivista El Ghibli

pubblicato su Arci Report Milano n. 9 anno IV settembre 2011

Da molti anni ormai i nostri circoli sono luogo di incontro, di socialità e di servizi per i cittadini stranieri che si trovano nella nostra città. Abbiamo avuto molte occasioni per conoscere le loro culture di provenienza e approfondirne i diversi aspetti, mescolando le reciproche conoscenze.
Lo scambio sempre più fitto tra le culture e l’aumento delle presenze stabili di stranieri nel nostro Paese hanno dato vita a nuovi forme d’espressione artistiche e culturali, come ad esempio la letteratura migrante, prodotta da cittadini di origine straniera che scrivono nella lingua del paese che li ospita.
Una situazione particolare, quella di scrivere in una lingua che non è la propria lingua madre, con una particolare cura ed attenzione alla correttezza della forma letteraria. Ogni scrittore interpreta in maniera differente la relazione con la lingua di migrazione, che rappresenta in ogni caso una nuova “casa”, una nuova forma di stabilità.

El Ghibli è una rivista online dove culture diverse e linguaggi differenti si mescolano, producendo un interessante esempio di contaminazione. Nata con il sostegno delle province di Milano, Bologna e Ferrara e diretta da Pap Khouma, noto scrittore senegalese che inaugurò la stagione degli scrittori della migrazione, El Ghibli ha rappresentato in questi anni un vivace laboratorio dove si sono incontrati diversi artisti che hanno vissuto l’esperienza della migrazione, fisica e linguistica, provenendo da paesi e culture anche molto differenti tra di loro.
Negli ultimi tempi, il fenomeno della letteratura migrante sta ormai già vedendo le sue prime evoluzioni, che la porta a spostare la sua attenzione dall’esperienza della migrazione ad un’attenta analisi e critica sociale fatta con occhi differenti.

Per tutti questi motivi ci sembra interessante far incontrare le realtà dei nostri circoli con il capitale culturale di El Ghibli, ponendo in questo modo l’attenzione su un processo culturale che sta avvenendo nella nostra città e contribuendo alla sua diffusione, per innescare anche un meccanismo di messa in rete delle risorse che il nostro tessuto cittadino offre.

I circoli insistono su quartieri differenti e nello stesso tempo costituiscono una rete, permettendo di valorizzare il rapporto con il territorio e le realtà presenti che ogni circolo ha.
Dato l’insieme che la rete può definire, oltre alla dimensione territoriale risulta coinvolta quella metropolitano. In quest’ottica l’intenzione è quella di coinvolgere i consigli di zona come soggetti istituzionali di conoscenza e rappresentanza del territorio all’interno del contesto metropolitano, soprattutto per quanto riguarda alcune sue caratteristiche a livello sistematico (ad es. registro delle associazioni di zona, dati sulla presenza di certe comunità). Inoltre i consigli di zona possono rappresentare un’opportunità di sostegno a questa iniziativa.

Con la collaborazione di Raffaele Taddeo, che oltre ad essere parte del comitato editoriale di El Ghibli è fondatore del Centro Culturale Multietnico La Tenda, gli scrittori della rivista e altri artisti migranti si confronteranno sui temi e le problematiche di questa nuova letteratura, incontrando le esperienze e le particolarità del territorio di nostri circoli. L’intento è quello di incentivare tra i nostri soci la conoscenza di questa particolare realtà letteraria e di creare nuove situazioni di scambio e contaminazione.


Gli studenti come risorsa per la città

Contributo per lo sviluppo delle politiche per il diritto allo studio e i rapporti con le Università e la Ricerca della Città di Milano – Tavolo di lavoro “Milano a misura di studente”

Milano città universitaria è una delle tante identità che la nostra città subisce invece di valorizzare. Con 7 università, accademie di importanza nazionali in tutte le arti, Milano è una delle città d’Italia che attira il maggior numero di studenti, eppure di questi sembra non accorgersi.
La geografia della collocazione delle università nella nostra città ha la particolarità di coprire le zone più diverse del territorio cittadino, coinvolgendo in maniera diffusa sia zone centrali che zone periferiche. Vi sono poi alcune zone, come Città Studi, Lodovica – Ripamonti, via Conservatorio, dove si concentrano diversi atenei e accademie (nell’ordine, Statale e Politecnico, Bocconi e Accademia di Teatro, Statale e Conservatorio).

Il primo impatto per gli studenti che arrivano a Milano è sempre difficile, e molto spesso il tentativo di orientarsi nell’offerta di servizi e opportunità si tramuta in un vagare alla ricerca di quelle strutture a cui sopratutto gli studenti internazionali sono abituati.
Milano non è un città generosa con i suoi giovani, e quando si parla di spazi sembra che voglia limitare il più possibile le occasioni per uscire di casa. I momenti di incontro, di socialità, di studio collettivo, di produzione creativa non trovano luoghi dove elaborarsi ed esprimersi offerti dalla comunità cittadina.

La nostra città troppo spesso viene percepita come invivibile da molti cittadini, e i giovani in particolare soffrono la mancanza della possibilità di essere protagonisti della vita, diurna e notturna, della città. Il tema della vivibilità, degli spazi e dei servizi che possono garantire ai giovani la partecipazione attiva, è prioritario per il mondo studentesco.
Questo si evidenzia in quelle proposte formulate dagli studenti, nelle forme di partecipazione che sono concesse loro, così come da diversi professori, che hanno cercato di ragionare sui poli universitari milanesi come campus. Quest’idea, molto conosciuta e apprezzata all’estero, non è mai stata applicata dall’amministrazione a Milano neanche in quelle zone dove sarebbe stato possibile senza grandi sforzi, Bicocca e Città Studi in particolare. Solo la spinta delle università ha prodotto qualche piccolo effetto non sufficiente se non vi è un intervento sistematico con una visione generale. Il concetto di campus può essere superato da un’idea più ampia che comprenda anche una serie di servizi rivolti a tutti i giovani della città. Gli attuali poli, come si diceva, sono uniformemente distribuiti nella città, e per questo potrebbero trasformarsi in luoghi di attrazione per tutti i giovani, anche post-universitari o non più studenti.

Questi campus più sviluppati, oltre ad avere tutte le funzioni tradizionali, possono essere luoghi di incontro e di produzione creativa a disposizione di tutta la città. In queste zone sono catalizzatrici di diverse opportunità. Vi si trovano luoghi di studio, che vanno dalle biblioteche agli spazi studio, realizzati in sinergia tra Comune e Università. Si ha la possibilità di mangiare in locali low cost, ma di qualità, sia a pranzo che a cena. La socialità, lo svago e le forme di espressione e cultura hanno luoghi che li ospitino, individuati sia tra gli spazi universitari che tra gli spazi comunali e privati che risultano sfitti, tramite un’agenzia pubblica che gestisce l’assegnazione. L’accesso a questi servizi è garantito a tutte le ore del giorno, sera compresa, anche con un adeguato sostegno della mobilità per raggiungerli, anche da fuori città. La connessione wi-fi è garantita ovunque, ancor meglio in qualsiasi zona della città, dando copertura anche nei parchi già esistenti e nelle aree verdi che si possono creare all’interno di questi nuovi campus potenziati.

Intervenire sulla vivibilità della città per lo studente garantisce un miglioramento anche per tutti gli altri cittadini, e permette di valorizzare e far vivere anche quartieri che attualmente soffrono la mancanze di un fermento culturale. Questo tipo di azione colloca Milano in un’ottica internazionale, rendendola immediatamente più attrattiva per gli studenti di tutta Europa e di tutto il Mondo. La città deve quindi prendere coscienza degli interventi necessari per rendere più facile il primo impatto con la città a tutti gli studenti non milanesi: una cerimonia e una festa di accoglienza per loro garantirebbe la possibilità di conoscersi reciprocamente, la città e i suoi nuovi cittadini, dandogli la possibilità di essere assistiti con l’istituzione di uno sportello di consulenza per studenti universitari che possa aiutare a scoprire le opportunità della nostra città e agevolare la gestione delle pratiche burocratiche, con particolare attenzione agli studenti internazionali.

Milano diventa così una vera e propria Fabbrica del Sapere, e potrebbe dunque esporre uno dei suoi prodotti qualitativamente più interessanti, facendoli conoscere a quei milanesi che non sono parte di questa Fabbrica. Una Fiera del Sapere annuale potrebbe favorire la conoscenza da parte della cittadinanza della produzione di Sapere e progresso tecnologico che avviene quotidianamente all’interno dell’Università. In questo modo, tutti i cittadini vedranno Milano con l’identità di Città Universitaria valorizzata e rappresentata. E sarà più facile istituire e incentivare forme di sostegno economico, come il microcredito, alla creatività e alla produttività dei giovani che già si esprime, con mille difficoltà, nella nostra Milano.


Luoghi e Linguaggi

Contributo per lo sviluppo delle politiche culturali della Città di Milano – Gruppo di lavoro “Mondo Milano, la Città Interculturale”

“Quando per strada sto parlando con mio connazionale nella nostra lingua, se vedo arrivare un italiano, cambio e parlo in italiano”. Ardita Demneri, scrittrice albanese, all’incontro “Letterature Migranti” a proposito degli scrittori “migrati” alla lingua del Manzoni, svoltosi all’Arci Bellezza, ha usato questa immagine per raccontare in maniera efficace e semplice il potere racchiuso nell’uso dei linguaggi. All’interno di una città che già vive dinamiche multiculturali, cresce la necessità per i linguaggi di avere spazi di rappresentazione e di azione che permettano alle culture di fare quel viaggio che non è fisico ma di scoperta di realtà differenti che usano codici comunicativi dal nostro. Dicono gli africani, che mentre un europeo piange e ride, un africano, sia se è triste, sia se è contento, danza. La sfida principale è quindi quella di interpretare l’incontro di codici, linguaggi e simboli che a Milano sta già producendo dinamiche di sviluppo culturale. Partendo dalla consapevolezza di dover (e voler) conoscere le culture altrui in maniera profonda, il rapporto dell’ambiente culturale milanese nei confronti di queste culture deve continuare il suo percorso andando oltre all’aspetto folkorico fin qui messo in evidenza. Un percorso, quello fatto fin qui, che ha dato esiti importanti anche in contesti politici non favorevoli al dialogo interculturale, che ha permesso un primo approccio ad un fenomeno che risultava come novità. Quest’aspetto e la capacità della città di sviluppare un livello culturale che cresce nei legami sociali e territoriali senza palesarsi nei luoghi “deputati”, ha consentito la nascita di sperimentazioni culturali interessanti, come quella citata in apertura degli scrittori migranti che hanno scelto l’italiano come lingua della loro espressività.

Se le persone sono luoghi portatori di un’identità, il linguaggio è un tram, e la comunicazione un viaggio di scoperta.

Ora, queste dinamiche culturali rimangono “sottotraccia” e vengono lette a fatica dalla nostra cultura, se non in un’ottica che cerca di ricategorizzare all’interno dei propri riferimenti. Diventa necessario invece agire in termini di scoperta di qualcosa che ci conduce ad uno straniamento che costituisce il ponte tra l’immaginazione creativa e la razionalizzazione, e permette ad entrambe di contaminarsi.

I linguaggi per poter avere una rappresentazione pubblica hanno bisogno di luoghi fisici riconosciuti innanzitutto da chi quei linguaggi li pratica, e da questi stessi devono essere strutturati per garantire uno sviluppo coerente dell’identità culturale. L’Arci Bellezza si è posto la sfida, qualche anno fa, di diventare da Casa del Popolo a Casa dei Popoli, e anche l’esperienza della Casa delle Culture del Mondo a Lampugnano ha costituito un’importante sperimentazione per un luogo che permettesse lo sviluppo e l’incontro dei linguaggi. Questi esempi, e le altre esperienze di luoghi multiculturali, evidenziano come sia necessario coinvolgere nella fase di strutturazione del progetto tutte le differenti e molteplici culture che abitano la nostra metropoli. Solo così, un luogo che raccoglie e ospita gli ingredienti del laboratorio culturale milanese può essere riconosciuto come tale da tutti i cittadini.

La difficoltà di fare incontrare le culture spesso nasce anche dalla distanza fisica tra le forme d’arte contemporanea. Mentre ci è stato più semplice conoscere la cultura tradizionale, è più difficile creare un incontro tra le arti contemporanee dei paesi di origine dei migranti milanesi. Spesso queste si sviluppano soprattutto nei loro paesi, dando origine a prodotti culturali di cui non veniamo a conoscenza. Viceversa, scambiare le nostre pratiche artistiche con quelle degli altri paesi risulta altrettanto complesso, in quanto sono poche le occasioni e i luoghi che permettono una condivisione della conoscenza nell’arte contemporanea di tutto il mondo. Per questo sarebbe opportuno progettare un sistema di scambi internazionali che coinvolgano artisti, allievi delle accademie e dei conservatori, ma anche delle università, permettendogli di acquisire una formazione più completa che preveda anche dimensioni extraeuropee, condividendo con artisti e aspiranti artisti degli altri paesi la formazione che proviene dal nostro background culturale.

La mancanza di luoghi che permettano un adeguato sviluppo dei linguaggi si riflette anche nella città su quelle che sono le dinamiche culturali che riescono a trovare un loro (piccolo) spazio. Basta pensare che tra i giovani delle seconde generazioni, soprattutto di provenienza americana e sudamericana, le forme dominanti di espressione rimangono quelle della strada, dal rap al writing, mentre chi di loro preferisce forme di espressione differenti non trova, da giovane, spazi che gli permettano di elaborare la sua creatività, se non all’interno di percorsi di assistenza sociale.

Un’iniziativa, come quelle già attuate in altre regioni come l’Emilia Romagna e la Puglia, che incentivi la produzione culturale e la creatività giovanile, ma in questo caso con particolare attenzione alle seconde generazioni, potrebbe essere un altro laboratorio interessante per la nostra città. Il progetto dovrebbe essere rivolto a tutti i giovani, italiani e migranti, per essere esso stesso luogo di incontro e di conoscenza reciproca. L’elaborazione deve considerare la necessità di far entrare in relazione le singole culture di cui ciascun giovane è portatore, che si compone a sua volta da più storie culturali, una più tradizionale e più innovativa, che parlano linguaggi notevolmente differenti. Un laboratorio di questo genere consentirebbe lo sviluppo di prodotti culturali che possono contribuire alle storie di eccellenza della cultura milanese, producendo nello stesso tempo dinamiche di interculturalità.

Le metodologie del dialogo tra le differenti culture allora non saranno differenti dalle metodologie del dialogo tra le generazioni.