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Luoghi e Linguaggi

Contributo per lo sviluppo delle politiche culturali della Città di Milano – Gruppo di lavoro “Mondo Milano, la Città Interculturale”

“Quando per strada sto parlando con mio connazionale nella nostra lingua, se vedo arrivare un italiano, cambio e parlo in italiano”. Ardita Demneri, scrittrice albanese, all’incontro “Letterature Migranti” a proposito degli scrittori “migrati” alla lingua del Manzoni, svoltosi all’Arci Bellezza, ha usato questa immagine per raccontare in maniera efficace e semplice il potere racchiuso nell’uso dei linguaggi. All’interno di una città che già vive dinamiche multiculturali, cresce la necessità per i linguaggi di avere spazi di rappresentazione e di azione che permettano alle culture di fare quel viaggio che non è fisico ma di scoperta di realtà differenti che usano codici comunicativi dal nostro. Dicono gli africani, che mentre un europeo piange e ride, un africano, sia se è triste, sia se è contento, danza. La sfida principale è quindi quella di interpretare l’incontro di codici, linguaggi e simboli che a Milano sta già producendo dinamiche di sviluppo culturale. Partendo dalla consapevolezza di dover (e voler) conoscere le culture altrui in maniera profonda, il rapporto dell’ambiente culturale milanese nei confronti di queste culture deve continuare il suo percorso andando oltre all’aspetto folkorico fin qui messo in evidenza. Un percorso, quello fatto fin qui, che ha dato esiti importanti anche in contesti politici non favorevoli al dialogo interculturale, che ha permesso un primo approccio ad un fenomeno che risultava come novità. Quest’aspetto e la capacità della città di sviluppare un livello culturale che cresce nei legami sociali e territoriali senza palesarsi nei luoghi “deputati”, ha consentito la nascita di sperimentazioni culturali interessanti, come quella citata in apertura degli scrittori migranti che hanno scelto l’italiano come lingua della loro espressività.

Se le persone sono luoghi portatori di un’identità, il linguaggio è un tram, e la comunicazione un viaggio di scoperta.

Ora, queste dinamiche culturali rimangono “sottotraccia” e vengono lette a fatica dalla nostra cultura, se non in un’ottica che cerca di ricategorizzare all’interno dei propri riferimenti. Diventa necessario invece agire in termini di scoperta di qualcosa che ci conduce ad uno straniamento che costituisce il ponte tra l’immaginazione creativa e la razionalizzazione, e permette ad entrambe di contaminarsi.

I linguaggi per poter avere una rappresentazione pubblica hanno bisogno di luoghi fisici riconosciuti innanzitutto da chi quei linguaggi li pratica, e da questi stessi devono essere strutturati per garantire uno sviluppo coerente dell’identità culturale. L’Arci Bellezza si è posto la sfida, qualche anno fa, di diventare da Casa del Popolo a Casa dei Popoli, e anche l’esperienza della Casa delle Culture del Mondo a Lampugnano ha costituito un’importante sperimentazione per un luogo che permettesse lo sviluppo e l’incontro dei linguaggi. Questi esempi, e le altre esperienze di luoghi multiculturali, evidenziano come sia necessario coinvolgere nella fase di strutturazione del progetto tutte le differenti e molteplici culture che abitano la nostra metropoli. Solo così, un luogo che raccoglie e ospita gli ingredienti del laboratorio culturale milanese può essere riconosciuto come tale da tutti i cittadini.

La difficoltà di fare incontrare le culture spesso nasce anche dalla distanza fisica tra le forme d’arte contemporanea. Mentre ci è stato più semplice conoscere la cultura tradizionale, è più difficile creare un incontro tra le arti contemporanee dei paesi di origine dei migranti milanesi. Spesso queste si sviluppano soprattutto nei loro paesi, dando origine a prodotti culturali di cui non veniamo a conoscenza. Viceversa, scambiare le nostre pratiche artistiche con quelle degli altri paesi risulta altrettanto complesso, in quanto sono poche le occasioni e i luoghi che permettono una condivisione della conoscenza nell’arte contemporanea di tutto il mondo. Per questo sarebbe opportuno progettare un sistema di scambi internazionali che coinvolgano artisti, allievi delle accademie e dei conservatori, ma anche delle università, permettendogli di acquisire una formazione più completa che preveda anche dimensioni extraeuropee, condividendo con artisti e aspiranti artisti degli altri paesi la formazione che proviene dal nostro background culturale.

La mancanza di luoghi che permettano un adeguato sviluppo dei linguaggi si riflette anche nella città su quelle che sono le dinamiche culturali che riescono a trovare un loro (piccolo) spazio. Basta pensare che tra i giovani delle seconde generazioni, soprattutto di provenienza americana e sudamericana, le forme dominanti di espressione rimangono quelle della strada, dal rap al writing, mentre chi di loro preferisce forme di espressione differenti non trova, da giovane, spazi che gli permettano di elaborare la sua creatività, se non all’interno di percorsi di assistenza sociale.

Un’iniziativa, come quelle già attuate in altre regioni come l’Emilia Romagna e la Puglia, che incentivi la produzione culturale e la creatività giovanile, ma in questo caso con particolare attenzione alle seconde generazioni, potrebbe essere un altro laboratorio interessante per la nostra città. Il progetto dovrebbe essere rivolto a tutti i giovani, italiani e migranti, per essere esso stesso luogo di incontro e di conoscenza reciproca. L’elaborazione deve considerare la necessità di far entrare in relazione le singole culture di cui ciascun giovane è portatore, che si compone a sua volta da più storie culturali, una più tradizionale e più innovativa, che parlano linguaggi notevolmente differenti. Un laboratorio di questo genere consentirebbe lo sviluppo di prodotti culturali che possono contribuire alle storie di eccellenza della cultura milanese, producendo nello stesso tempo dinamiche di interculturalità.

Le metodologie del dialogo tra le differenti culture allora non saranno differenti dalle metodologie del dialogo tra le generazioni.

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Contaminazioni di confine

C’è chi non ha paura delle contaminazioni radioattive, ma teme fortemente le contaminazioni culturali.
A Multipolis ci sono molte “centrali culturali“, anche se ad alcuni piacerebbe tanto chiuderle, mentre per fortuna non c’è traccia di centrali nucleari sul nostro suolo, anche ad alcuni piacerebbe tanto aprirle.
Quindi, il rischio di contaminazione culturale è obiettivamente, almeno per il momento, molto elevato, e da tanti anni c’è chi combatte per ridurlo, con successi alterni.

Alcuni casi di contaminazione negli ultimi giorni si sono registrati in zone di confine, luoghi che determinano l’incontro di diverse realtà e quindi più facilmente esposte.
Questi confini hanno danno luogo a strani fenomeni. A partire da un sabato pomeriggio dove le sciure a passeggio in centro, amanti della musica vari, pericolosi rivoluzionari, giovani creativi, artisti e chi più ne ha più ne metta, si sono ritrovati nella stessa piazza per dire che Milano l’è bela. Queste dichiarazioni sono evidenti segni di squilibrio che dimostrano gli effetti della contaminazione.

La sera stessa, un concerto rock, di quello vero, i The Death of Karina, è stato seguito con grande interesse, anche se dall’altra stanza, da giocatori di carte professionisti armati di tappeto verde. Si dice che il miglior giocatore di scacchi è capace di vincere anche in mezzo ad un concerto rock, loro ci hanno dimostrato che sicuramente si può giocare a burraco.
Con buona pace dei vicini nelle loro case con i doppi vetri, che hanno segnalato ai vigili di non perdersi questo concerto bellissimo. Purtroppo per i vigili, questo gruppo, il principale della serata, ha suonato solo una mezz’oretta prima di mezzanotte, deludendo il timore dei vicini che potesse protrarsi ulteriormente.

La domenica sera invece succede che personaggi eccentrici e bizzarri che pensano che la musica, anche quella pop, possa essere diversa da Cesare Cremonini, si ritrovino in Barona a presentare al pubblico il risultato della loro ricerca musicalePerché, incredibilmente, qualcuno in questo Paese fa ancora ricerca.
Vano il tentativo di spiegare al ragazzino della Barona che sì, quello che stavano facendo con delle grosse anfore piene d’acqua, violoncello, pianoforte e altri strumenti classici vari era una musica dello stesso genere di Tiziano Ferro e Laura Pausini.

Il martedì sera la contaminazione è avvenuta in pieno centro: visioni totalmente differenti della città si sono ritrovate nello stesso luogo e incredibilmente sono riuscite a parlare e a trovare punti in comune senza venire alle mani. Qualcuno aveva già pensato di internare tutti in quanto socialmente pericolosi (ma come si fa a discutere civilmente senza urlare? roba da matti), quando si sono accorti che mettere dentro la gioventù creativa, operatori culturali, architetti ed assessori poteva essere troppo rischioso. Sai mai che a metterli tutti insieme possano fare una città più bella di Milano.
Come ha detto qualcuno: “Milano è ubriaca, dobbiamo risvegliarla“. Quando il tuo amore è ubriaco, aggiungo io, puoi fare due cose: coccolarla e farla riprendere, oppure violentarla.

Ecco, forse è il caso di smettere di violentarla.


Fratelli d’Italia

I 150 anni della nostra Italia, come tutti i compleanni importanti, diventano un’occasione per ragionar di vizi e di virtù. Siccome preferisco le virtù, parlerò dell’Italia in cui sta Multipolis.
All’Arci Metissage hanno costruito negli anni un rapporto diretto con la Sicilia: con la cooperativa Lavoro e Non Solo, che opera su campi confiscati alla mafia a Corleone, con l’associazione Askavusa di giovani di Lampedusa, con il circolo Thomas Sankara, mentre più recentemente si è aggiunto il circolo AMalaTesta di Trapani.
Con il Sankara di Messina, la collaborazione è arrivata fino alle culture al di là del Mediterraneo (in realtà di tutto il Mondo) e ha dato vita al progetto “Spunti di vista“, rivolto alle cosiddette Seconde Generazioni. Il progetto, attraverso corsi di formazione, fornirà ai giovani di origine straniera delle due città, Milano e Messina, gli strumenti per poter ideare, realizzare e diffondere una ricerca e un video sulla discriminazione che siano completamente autoprodotti. Per una dissertazione sul termine Seconde Generazioni, qui usato come semplificazione, rimando a post successivo. Per il momento, racconto del festeggiamento dell’Unità di Italia con una serata, L’Italia venuta da altrove,  che ha visto protagonisti i nuovi italiani. Un buon modo per celebrare quella che è la via quotidiana di Multipolis e del resto del Paese da 150 anni a questa parte. L’Italia è sempre stato luogo di contaminazioni, più o meno difficili, come quella nelle scuole di cui parla il documentario “Fratelli d’Italia“, quella mescolanza che non viene evitata neanche con il fenomeno sociale delle scuole ghetto, omogeneamente distribuito sul territorio e legato alle scelte (iper)protettive dei genitori, come ben evidenziato da Borlini e Memo nel loro lavoro sulla concentrazione degli alunni di origine straniera. L’Italia, come ci insegnano i lampedusani, è sempre stata una terra accogliente, che non fa respingimenti, come racconta un ufficiale della Marina che ubbidisce alle regole del mare e del buon senso. “Noi non respingiamo nessuno – dice – la legge del mare e quella del cuore ci dicono che dobbiamo soccorrere chi si trova in difficoltà”.

E allora, diventa importante e piacevolissimo trovarsi allo stesso circolo il giorno dopo con le Letture Resistenti, che, mettendo a confronto le culture che hanno praticato i valori della Resistenza nelle diverse epoche, fanno incontrare le parole dei partigiani, di Tom Benetollo, di Ascanio Celestini e molti altri, con un’ottimo e azzeccato sottofondo musicale live.