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Contaminazioni di confine

C’è chi non ha paura delle contaminazioni radioattive, ma teme fortemente le contaminazioni culturali.
A Multipolis ci sono molte “centrali culturali“, anche se ad alcuni piacerebbe tanto chiuderle, mentre per fortuna non c’è traccia di centrali nucleari sul nostro suolo, anche ad alcuni piacerebbe tanto aprirle.
Quindi, il rischio di contaminazione culturale è obiettivamente, almeno per il momento, molto elevato, e da tanti anni c’è chi combatte per ridurlo, con successi alterni.

Alcuni casi di contaminazione negli ultimi giorni si sono registrati in zone di confine, luoghi che determinano l’incontro di diverse realtà e quindi più facilmente esposte.
Questi confini hanno danno luogo a strani fenomeni. A partire da un sabato pomeriggio dove le sciure a passeggio in centro, amanti della musica vari, pericolosi rivoluzionari, giovani creativi, artisti e chi più ne ha più ne metta, si sono ritrovati nella stessa piazza per dire che Milano l’è bela. Queste dichiarazioni sono evidenti segni di squilibrio che dimostrano gli effetti della contaminazione.

La sera stessa, un concerto rock, di quello vero, i The Death of Karina, è stato seguito con grande interesse, anche se dall’altra stanza, da giocatori di carte professionisti armati di tappeto verde. Si dice che il miglior giocatore di scacchi è capace di vincere anche in mezzo ad un concerto rock, loro ci hanno dimostrato che sicuramente si può giocare a burraco.
Con buona pace dei vicini nelle loro case con i doppi vetri, che hanno segnalato ai vigili di non perdersi questo concerto bellissimo. Purtroppo per i vigili, questo gruppo, il principale della serata, ha suonato solo una mezz’oretta prima di mezzanotte, deludendo il timore dei vicini che potesse protrarsi ulteriormente.

La domenica sera invece succede che personaggi eccentrici e bizzarri che pensano che la musica, anche quella pop, possa essere diversa da Cesare Cremonini, si ritrovino in Barona a presentare al pubblico il risultato della loro ricerca musicalePerché, incredibilmente, qualcuno in questo Paese fa ancora ricerca.
Vano il tentativo di spiegare al ragazzino della Barona che sì, quello che stavano facendo con delle grosse anfore piene d’acqua, violoncello, pianoforte e altri strumenti classici vari era una musica dello stesso genere di Tiziano Ferro e Laura Pausini.

Il martedì sera la contaminazione è avvenuta in pieno centro: visioni totalmente differenti della città si sono ritrovate nello stesso luogo e incredibilmente sono riuscite a parlare e a trovare punti in comune senza venire alle mani. Qualcuno aveva già pensato di internare tutti in quanto socialmente pericolosi (ma come si fa a discutere civilmente senza urlare? roba da matti), quando si sono accorti che mettere dentro la gioventù creativa, operatori culturali, architetti ed assessori poteva essere troppo rischioso. Sai mai che a metterli tutti insieme possano fare una città più bella di Milano.
Come ha detto qualcuno: “Milano è ubriaca, dobbiamo risvegliarla“. Quando il tuo amore è ubriaco, aggiungo io, puoi fare due cose: coccolarla e farla riprendere, oppure violentarla.

Ecco, forse è il caso di smettere di violentarla.

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Sipario, Luce

Ti racconterò di Multipolis,
la città delle molteplici relazioni,
la città dai tanti fuochi e dalle scarse soluzioni,
la città che trova nei cittadini le sue risorse migliori.
Ti racconterò dell’amore per questa città: Milano.

Corteggerò i milanesi, che si dimenticano di prendersi cura di questa madre così severa con i propri figli, e così generosa, una madre cui bisogna litigare, odiandola, per affezionarsi.
Ti racconterò che le possibilità per mantenerla bella e vigorosa, per farla tornare capitale della cultura e della conoscenza, sono nelle mani di tutti noi, che è spaventoso è non amarla, terribile non osare più riconquistarla.

Corteggerò i foresti, perché per chi non la frequenta, Milano è la città della mafia, di Tangentopoli e Affittopoli, delle case illecite, della finanza corrotta, della desertificazione degli spazi culturali, della cementificazione.
Questo campionario di brutture, non fanno parte dell’identità di Milano, sono la conseguenza dell’invasione di Monopoli, il risultato di qualcuno che ha pensato che la città fosse un gioco di sua proprietà.

Milano è la città dove si vive la vita e non si sta mai con le mani in mano,
è la città dove le relazioni tra le persone fanno la vita,
è la città che parla molteplici linguaggi, è Multipolis.
Per chi ha qualcosa da fare e da dire questa città è come guardare l’amore negli occhi mentre si fa l’amore.

Ti racconterò delle persone, degli scambi, degli incontri, delle scelte, delle contraddizioni e delle mescolanze, condividerò con te le esperienze che si vivono a Multipolis.
Come un lampadiere, accenderò una piccola luce che parli della partecipazione, del protagonismo e dei suoi spazi, della felicità che cerchiamo tutti i giorni.

Ti racconterò di uno Stato che si chiama Italia, dove sta Multipolis, dei mutamenti e delle culture che attraversano questo Paese e incrociano in questa città. D’altronde, da Milano si vede l’Italia, dicono.
E lo sguardo andrà oltre il mare nostrum, arriverà fino alle coste africane per incontrare le persone di quei territori con cui da tempo mescoliamo le culture, rimettendo Milano al centro della connessione tra Europa e Mediterraneo, come al tempo dei Romani.

Se vivesse in questi anni, Peppino Impastato avrebbe detto: “fatelo anche voi un blog”, invece di una radio, perché è parlando delle piccole cose che possiamo immaginare come vogliamo la nostra Milano, e continuare ad avere speranza e coraggio. E come Peppino fece con la sua radio, queste pagine saranno di tutti, a disposizione di chi abbia voglia di scriverci, un blog aperto e plurale, una risorsa comune.

Il simbolo di questo racconto è quella lettera che caratterizza molte piazze e vie della città, che segnala l’accesso alla principale via di comunicazione, la metropolitana. Il colore è quel giallo, delle biciclette, dei tram, dei palazzi milanesi, del Primo Marzo dei lavoratori migranti e delle fasce colorate del movimento studentesco dell’ultimo anno.

Il racconto non ha alcuna pretesa di essere oggettivo o completo, sarà estremamente parziale, composto secondo l’esperienza del narratore di turno.
Quello che ti racconterò è un piccolo contributo alla costruzione di una drammaturgia della quotidianità della città che possa esplorare un tentativo di cambiamento.